Studio di una estetica in movimento.
Laboratorio di fotografia esperienziale a cura di Yvonne De Rosa di  Magazzini Fotografici  per “Io sono felice ” Museo Madre.

 
Un gruppo di giovani fotografi provenienti dalla scuderia Magazzini Fotografici, guidati dal tutor, “ha seguito tutti i lavori  di allestimento, lasciandosi trasportare dalle emozioni e restituendo questa esperienza emotiva osservando la contaminazione dei luoghi museali , con un’attenzione particolare a ciò che può esserne il riflesso del corpo, del movimento, della luce delle opere, producendo un vero e proprio nuovo Body of Work della loro esperienza”.
Rivolto a giovani e studenti di fotografia, questo workshop aveva l’obiettivo di sfidare il concetto di staticità di fruizione di un’ opera d’arte. Dopo aver osservato e studiato l’ artista in mostra, la sfida è stata fermare ciò che emozionalmente ne è derivato, mostrando in maniera creativa la propria risposta emotiva alle opere ed all’ambiente circostante. Anticipato da focus di approfondimento negli spazi di Magazzini Fotografici, a disposizione dei partecipanti per l’ intero svolgimento dell’esperienza.  Ogni partecipante è stato lasciato libero di seguire il proprio percorso creativo. Il tutoring è stato sia di gruppo che svolto con appuntamenti singoli di critica costruttiva, con una curatela ad hoc dei risultati ottenuti, presentati dopo la chiusura della mostra.
 
PRELUDE di Valeria Laureano
La ricerca artistica prende il via da una riflessione sul concetto di Estetica. Il termine è correlato, tramite la sua etimologia, allo studio delle percezioni sensibili, dunque alla conoscenza ottenibile attraverso i sensi, opposta e complementare a quella ottenibile attraverso la mente.
Il rapporto che si crea tra l’oggetto artistico e la sensibilità individuale di chi lo percepisce va a scardinare il concetto di bellezza ideale.
La fotografa nella serie “Prelude” insiste sulla complessità di tale rapporto, amplificando la percezione sensibile dell’osservatore. Nell’assenza di precisi riferimenti interpretativi, i soggetti fotografati si caricano dei suoi desideri o delle sue paure.
Si oscilla in una dimensione immateriale, caduca, per cui l’unico modo in cui si può rappresentare la bellezza corporea è nella sua intangibilità.
La forma cede il passo ad un’idea lasciandocela immaginare in tutta la sua perfezione. L’assenza ne aumenta il desiderio.
Ogni immagine può diventare, nella penombra del velo che la avvolge, Paradiso e Inferno, Vita e Morte.
Il risultato della ricerca appare, nella sua forma finale, come una performance che traduce in immagini un’idea estetica di musica e di movimento.

Unica striscia (1)

HIDDEN ROOMS di Chiara Pirollo 

Dentro stanze sconosciute, l’animale umano consuma la sua socialità attraverso azioni corporali. Un gioco di incontri fra coppie, in luoghi non-luoghi , in uno spazio senza tempo in cui fluiscono sensazioni. Corpi colti in un microcosmo che potrebbe essere un sogno che inquieta per la prima volta, che travolge e apre a nuove visioni. È morte e nascita nella stessa sfera, nella quale si finge qualcosa o si crea qualcosa che rimarrà impresso nella memoria dei loro corpi.

 
RUMORE BIANCO di Giuseppe Riccardi 
Il corpo non più esaltato dunque per una statuaria bellezza ma piegato, accartocciato, colto in pose poco armoniose.
Non un corpo concepito come modello inerte ma partecipe, libero di rifiutare lo sguardo violento ed ossessivo del fotografo.
Non esiste carica erotica benché il corpo sia nudo, ma una richiesta di intimità, di autopreservazione.
L’uomo è scisso in corpo e spirito e se il corpo indietreggia di fronte alla possibilità di perdita di senso, l’assurdità della vita, il secondo brama un ordine delle cose, il controllo del corpo stesso.
Sul piano formale c’è da un lato un corpo che si nega alla ricerca maniacale di forme standardizzate di bellezza (razionale), dall’altro un guardare ad una controcultura superata, che non scandalizza più e che
anzi nutre una certa pornografia delle immagini. Siamo ormai assuefatti ad un consumo rapido e senza empatia delle immagini, abituati ad una sovrapproduzione di contenuti.
Siamo morbosi voyeur.
Un grido di disperazione emerge dal bianco delle foto, un ultimo appello del corpo prima d’essere divorato, consumato su carta fotografica.
Non un progetto di autoritratto ma la traccia di una relazione viva tra chi guarda e l’oggetto mostrato che ho voluto interpretare.